Prosecco Doc, la “locomotiva” del vino italiano continua a crescere anche nel 2025

I numeri del Consorzio: 667 milioni di bottiglie (+1,1% sul 2024), per 3,6 miliardi di euro, per le bollicine ufficiali delle Olimpiadi Milano-Cortina.

Con la forza dei suoi numeri, ma anche di una piacevolezza, di una leggerezza, di una versatilità e di una accessibilità, anche economica, che ha conquistato il mondo (come abbiamo raccontato su WineNews), e grazie anche ad un lavoro di promozione consortile che ha visto il brand territoriale legarsi a grandi eventi popolari, sportivi, culturali e non solo, il Prosecco Doc, da anni locomotiva del vino italiano, ha chiuso un 2025 in positivo nonostante il contesto complicatissimo a livello mondiale. E così, confermandosi lo spumante italiano più famoso al mondo, ha chiuso l’anno con 667 milioni di bottiglie prodotte (+1,1% sul 2024), di cui 60,3 di rosé (che vale, dunque, il 10% della categoria) per un valore di 3,6 miliardi di euro, di cui oltre l’82% esportato in 164 Paesi.

“Un risultato importante in un contesto segnato da instabilità geopolitica, inflazione, dazi doganali e pressione sui consumi. Il dato conferma la tenuta della nostra denominazione in un anno caratterizzato da forte instabilità dell’economia globale – dichiara Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio della Doc Prosecco (diretto da Luca Giavi, ndr), che tutela la denominazione tra Veneto e Friuli Venezia Giulia – la nostra denominazione ha dimostrato resilienza grazie al lavoro compatto dell’intera filiera: viticoltori, vinificatori, case spumantistiche. È questa sinergia, unita al nostro costante impegno nella tutela del consumatore, che ci permette di affrontare scenari internazionali complessi con equilibrio e lungimiranza”.

In particolare, i dati relativi ai mercati internazionali Leggi il resto di questo articolo »

Addio ad Arnaldo Caprai

Nel pomeriggio di domenica 4 gennaio, all’età di 92 anni, è mancato all’affetto dei suoi cari – la moglie Fiorella e i figli Arianna, Marco e Luca, e agli amati nipoti – Arnaldo Caprai, figura centrale dell’imprenditoria umbra e nazionale.
Dal tessile al vino, dal merletto al Sagrantino: Caprai ha incarnato per settant’anni l’eccellenza del Made in Italy, costruendo un ponte unico tra tradizione artigianale e innovazione che ha portato il nome dell’Umbria nel mondo.
«Nostro padre è stato un ottimista e un generoso – raccontano i figli – e ci lascia l’insegnamento di guardare sempre avanti, di credere nell’impresa e nello sviluppo. La sua è stata una grande visione imprenditoriale, prima nel tessile, poi nel vino. Un uomo che ha sempre creduto nel realizzare grandi imprese, con una visione aperta al futuro e con un profondo impegno sociale. Aveva 92 anni e fino all’ultimo ha trasmesso a tutti noi che il futuro si costruisce con passione e fiducia».

IL RE DEL MERLETTO
Classe 1933, Arnaldo Caprai inizia la sua straordinaria avventura imprenditoriale all’età di 22 anni come venditore di corredi e biancheria per la casa nell’Italia Centrale. Un lavoro svolto con passione, competenza e forte spirito di iniziativa che, nel corso degli anni, gli permette di raggiungere un successo tale da spingerlo a consolidare e ampliare la sua attività, fino a mettersi in proprio e produrre biancheria per la casa in prima persona.
Addio ad Arnaldo Caprai

Nel 1964 apre il suo primo maglificio artigianale. Pochi anni dopo, nel 1968, crea la società Maglital, poi conosciuta in tutto il mondo con il marchio Cruciani. Verso la metà degli anni Settanta definisce e realizza una filiera integrata che gli consente di sviluppare in proprio l’intero processo produttivo e di creare pezzi preziosi ed eleganti di arredamento per la casa.
Negli stessi anni emerge la passione dell’imprenditore per i manufatti in merletto. Inizia così a costituire una straordinaria Collezione Museale che oggi conta oltre 25.000 reperti, considerata “la più importante collezione delle arti tessili esistente al mondo”.
Nel 2007 inaugura il primo Museo Virtuale delle Arti Tessili, un’intuizione pionieristica che gli vale il Premio Guggenheim “Impresa & Cultura”.
L’azienda tessile Arnaldo Caprai diventerà un punto di riferimento internazionale per la qualità del Made in Italy, con prodotti che spaziano dalla biancheria pregiata ai capi in cashmere del marchio Cruciani.

IL PADRE DEL SAGRANTINO MODERNO
Ma la fama mondiale di Arnaldo Caprai è indissolubilmente legata al Sagrantino di Montefalco. Negli anni Settanta, quando questo vitigno autoctono umbro era ancora poco conosciuto e quasi dimenticato, confinato a una dimensione locale, Caprai intuisce un’opportunità straordinaria dove altri vedevano solo limiti. Nel 1971 acquista 42 ettari a Montefalco, di cui quattro già vitati nella Tenuta Val di Maggio, e lancia con grande passione un progetto visionario per la valorizzazione del Sagrantino.
«Nostro padre compra la prima parte di questa azienda agricola con l’idea di produrre Sagrantino perché quello era il vino che faceva ancora allora la differenza di notorietà di questo territorio», raccontano i figli.
La ricerca continua dell’eccellenza produttiva e l’impegno costante nell’innovazione di processo – portando nel mondo vitivinicolo l’esperienza maturata nell’industria tessile – fissano il successo internazionale del Sagrantino di Montefalco e dell’azienda Arnaldo Caprai. L’azienda diventa leader nella produzione di questo straordinario vitigno autoctono, contribuendo in modo decisivo a far conoscere Montefalco e il suo vino nel mondo.
Oggi l’azienda produce circa un milione di bottiglie all’anno che hanno portato il Sagrantino sulle tavole più prestigiose del pianeta, con riconoscimenti internazionali che ne hanno sancito l’eccellenza. Il nome di Arnaldo Caprai resterà per sempre legato al mondo del vino attraverso le sue iconiche bottiglie di Sagrantino, simbolo di una visione che ha trasformato un vitigno dimenticato in un’eccellenza riconosciuta a livello globale.

CAVALIERE DEL LAVORO
Il 2 giugno 2003 Arnaldo Caprai viene nominato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi Cavaliere del Lavoro per Meriti in Agricoltura, riconoscimento che corona uno straordinario percorso di vita e lavoro lungo settant’anni.
Un riconoscimento che suggella una carriera dedicata non solo al successo economico, ma alla responsabilità verso il territorio, le persone e le generazioni future.
«Nostro padre ci ha insegnato il grande rispetto per il nostro mestiere e per le persone che lavorano con noi», concludono i figli.

https://www.egnews.it – 05/01/2026

Dal Nilo al bicchiere: alla scoperta dei vini dell’Egitto

Il vino egiziano svela un volto poco noto del paese: vitigni autoctoni come il Bannati, cantine sul Nilo e vini che dialogano con una cucina speziata. Un viaggio tra storia e gusto, dalle Piramidi alle oasi del deserto

Dove ci troviamo, se stiamo sorseggiando, al tramonto, un fresco bicchiere di vino bianco Bannati? Inconfondibile per il suo colore giallo limone dorato, gradevolissimo per gli aromi miele, melone, agrumi, che si ritrovano al palato, con l’aggiunta di leggere note minerali. Se ne sveliamo il nome si capisce tutto: abbiamo davanti una bottiglia di “Beausoleil d’Egypt”, uno dei più conosciuti, pregiati e premiati vini egiziani, tra i pochi ottenuti da un vitigno autoctono del paese dei Faraoni. Per l’appunto, il Bannati.

Il “Beausoleil” è la perla della cantina “Koroum of the Nile”, che si trova nei pressi di Minya, in uno dei principali distretti vitivinicoli del paese, a circa 250 chilometri a nord della Capitale. Minya è a 20 chilometri da Beni Hasan, antica necropoli famosa per le tombe rupestri scavate, ricche di pitture murali.

Poiché l’assaggio dei vini locali è sempre un modo di completare l’esperienza di viaggio, se siete in Egitto, a visitare le Piramidi, a fare una crociera sul fiume o anche in una località balneare, quali Sharm el-Sheikh, Marsa Alam o Hurghada, non rinunciate ad assaggiare questo vino, leggero ma strutturato, che s’intona pienamente con il terroir ricco di storia e di fascino da cui proviene.

Gli fa compagnia un altro celebre vitigno che viene prodotto sulle rive del Nilo, il Muscat blanc d’Alexandrie, dal quale si ricava un vino dolce e profumato. A differenza del Banati, quest’uva autoctona non è allevata solo in Egitto ma, anzi, ha viaggiato il mondo trovando miglior fama e fortuna in Sicilia (soprattutto nell’isola di Pantelleria) con il nome di Zibibbo (dall’arabo zabib, uvetta).

Ma la produzione egiziana, pur ancora limitata (si parla di circa 30 milioni di ettolitri all’anno) non si limita a queste due eccellenze locali. Accanto ad altri vitigni autoctoni – Baladi, a bacca bianca e rossa, Roumi rosso e Khalili, bianco e rosso, meno diffusi – troviamo infatti ottimi vini ottenuti da uve internazionali: Cabernet Sauvignon, Merlot, Sirah (Shiraz), Grenache, Petit Verdot, Tempranillo e Montepulciano, per i rossi, e Chardonnay, Viognier e Vermentino, per i bianchi. ossia le uve che meglio si adattano alle sfide climatiche del paese, dove vengono coltivate con avanzate tecniche di irrigazione e di gestione del terreno.

L’abbinamento dei vini con la cucina egiziana, ricca di spezie, saporita e non di rado piccante, predilige generalmente vini bianchi strutturati, rosati secchi e freschi, rossi leggeri e poco tannici. Tutti, in generale, dotati di buona acidità e aromaticità, per bilanciare (e valorizzare) la complessità e la ricchezza dei sapori

https://www.italiaatavola.net – 01/01/2026

Il vino che cambia pelle: l’Italia e la sfida dei dealcolati

Non è una resa alla modernità, né un tradimento della tradizione. È, semmai, la presa d’atto di una trasformazione profonda che attraversa i consumi, i mercati e perfino l’idea stessa di vino. Il via libera alla produzione in Italia dei vini dealcolati segna un passaggio simbolico e politico insieme: lo Stato entra, finalmente, in un terreno che per anni ha lasciato scoperto, costringendo le imprese a guardare oltreconfine per poter innovare.

Per troppo tempo il dibattito si è fermato a una contrapposizione sterile: da un lato i custodi dell’ortodossia enologica, dall’altro i profeti di un mercato che cambia. Ma la realtà è meno ideologica e più concreta. I produttori italiani, soprattutto quelli più strutturati, avevano già compreso che una parte crescente del pubblico mondiale chiede prodotti diversi: meno alcol, più attenzione alla salute, nuovi stili di consumo. Non per rinnegare il vino, ma per affiancarlo.

Il problema non era tecnologico né culturale. Era normativo. L’assenza di regole chiare ha prodotto un paradosso tutto italiano: vini concepiti nei nostri territori, con le nostre uve e il nostro know-how, costretti a essere “dealcolizzati” in Germania o in Spagna per poi tornare sul mercato con un marchio italiano. Un corto circuito che penalizzava competitività, filiera e sovranità industriale.

Il decreto interministeriale che disciplina fiscalità e accise non risolve tutto, ma rimette le cose in asse. Restituisce alle imprese la possibilità di decidere, investire, sperimentare senza muoversi in una zona grigia. E soprattutto riconosce che l’innovazione, se governata, non è un nemico della qualità. Anzi: può diventarne un’estensione.

La vera partita, ora, non è giuridica ma culturale. L’Italia del vino dovrà dimostrare di saper fare ciò che le riesce meglio: Leggi il resto di questo articolo »

Un vitigno orientale millenario è stato piantato fuori Firenze da un sommelier giapponese

Tatsuhiko Ozaki doveva fare il pilota di linea ma è finito con l’innamorarsi dell’Italia e tentare un progetto un po’ pazzo per fare vino sull’Appennino toscano con un vitigno storico giapponese

C’è un punto, nelle storie delle persone, in cui le traiettorie sembrano cambiare da sole. Un soffio di vento, una diagnosi, un’intuizione, un ricordo d’infanzia. Per chi è cresciuto all’ombra del Monte Fuji, respirando la sua calma severa, quel soffio è arrivato presto. Fino a ventidue anni per Tatsuhiko Ozaki, giapponese di stanza in Toscana, il sogno era chiaro: diventare pilota di aerei di linea. La rotta era tracciata, come quelle che si vedono sulle mappe illuminate dei voli intercontinentali. Poi è arrivato un ostacolo minuscolo e potentissimo: un problema di allergia, un valore IGE fuori scala, un dettaglio medico che ha chiuso una porta e ne ha aperta un’altra, imprevista.

Quella porta aveva il profumo della cucina italiana, un amore nato da bambino, quando i sapori sembravano un continente lontano da esplorare. L’idea, semplice e visionaria insieme, era portare in Giappone vini e prodotti artigianali difficili da trovare. Così anche la tesi all’Università Internazionale di Tokyo prese una direzione precisa: una ricerca sul movimento Slow Food, per riportare luce sulle antiche varietà giapponesi di frutta e verdura. Mettere radici nel passato per far crescere il futuro. Il passo successivo è stato logico e coraggioso: trasferirsi in Italia, nel 2013, Leggi il resto di questo articolo »

Extreme UnderWaterWines: il mare scrive il futuro del vino

Dall’Elba alle Cinque Terre, la piattaforma Jamin UnderwaterWines lancia il primo esperimento scientifico al mondo che unisce due tecniche di vinificazione subacquea in un unico processo innovativo e sostenibile.
Nelle profondità cristalline delle Cinque Terre nasce un nuovo capitolo dell’enologia internazionale. Si chiama Extreme UnderWaterWines ed è il primo esperimento scientifico al mondo a fondere due tecniche di vinificazione e affinamento subacquee tradizionalmente utilizzate in modo indipendente. A guidare il progetto è Jamin UnderWaterWines – la prima piattaforma approvata per l’uso del mare in enologia – insieme a due soci, Antonio Arrighi, pioniere del metodo Nesos all’Isola d’Elba, e Heidy Bonanini, titolare dell’azienda agricola Possa di Riomaggiore.
Nelle acque del Parco Nazionale e Area Marina Protetta delle Cinque Terre, le uve Bosco dell’azienda Possa sono state immerse per circa 72 ore, dando avvio a un primato assoluto: per la prima volta due tecniche di vinificazione subacquea sono state integrate in un unico processo.

Il protocollo scientifico consta infatti di due fasi distinte ma complementari. La prima prevede l’immersione in mare delle uve fresche, secondo la metodologia sperimentata da Arrighi con il progetto Nesos all’Elba. La seconda porta all’affinamento subacqueo in bottiglia, seguendo il Metodo Jamin, che impiega capsule e sistemi ingegnerizzati capaci di custodire il vino a oltre 50 metri di profondità per circa 180 giorni.
La collaborazione con i Dipartimenti universitari di Enologia, Biologia e Scienze Ambientali Leggi il resto di questo articolo »

L’Europa pronta a riabilitare il «clinto», il vino proibito esce dalla clandestinità

La rivincita del vino proibito: festeggiano Miega di Veronella e Concamarise. Primo via libera della Commissione Agricoltura dell’Ue all’emendamento che potrebbe far tornare commercializzabile il «clinto», più correttamente «clintòn», il vino non vendibile da quasi un secolo, a causa di un Regio decreto autarchico di epoca fascista. A Concamarise, grazie alla Pro loco, e a Miega, grazie all’Associazione per Miega, si tengono da tempo appuntamenti molto partecipati dedicati a questa bevanda alcolica. Concamarise promuove in primavera convegni per studiarne qualità, caratteristiche, e potenzialità, e un successivo pranzo per riscoprire gli antichi usi del clinto in cucina. A Miega, da 45 anni, al «crinto» (così lo chiamano nel Colognese) è dedicata una sagra che dura per due weekend, in programma ad inizio ottobre.

Forse questa sarà davvero la volta buona per il reintegro di questa bevanda alcolica. Si attendono infatti per i prossimi giorni le pronunce di Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio sul pacchetto vino, nel quale l’europarlamentare originaria del Basso vicentino (altra zona deputata da decenni alla coltivazione e al consumo familiare del clinto) Cristina Guarda ha inserito l’emendamento che dovrebbe riabilitare il clinto ed altre bevande non commercializzabili, come ad esempio il fragolino. Chissà che non arrivi la parola fine all’ostracismo che ha condannato il vitigno arrivato a metà dell’Ottocento in Europa dall’America a sparire dal mercato e a salvarsi dall’estinzione solo grazie a produzioni familiari, eventi o cene organizzati da cultori del prodotto e da gruppi di promozione nati ad hoc, come l’Aps Clinto de Marca o la Confraternita del Clinto. Leggi il resto di questo articolo »

“Il vino, la mia vita” presentato il libro di Riccardo Cotarella

Un viaggio sensoriale tra storia, tecniche e segreti del vino

“Oltre al suolo, al clima, ai vitigni… sono le persone che fanno davvero la differenza”
La presentazione del libro di Riccardo Cotarella ad Orvieto “Il vino, la mia vita” venerdì 31 ottobre moderata da Bruno Vespa, con Massimo D’Alema, Brunello Cucinelli, Leonardo Lo Cascio, importante importatore di vino negli Stati Uniti (nonché proprietario della Winemarket), è stata una vera e propria lezione di vita.

Riccardo Cotarella presidente mondiale degli enologi, consulente di 120 aziende nel modo (dal Giappone, agli Stati Uniti, alla Palestina, al Canada, Sud Africa, Francia) è, come detto da D’Alema, “l’uomo che ha fatto il vino”.

A 14 anni il padre gli disse “o vai a Conegliano o vai a lavorare”. Era la visione di un padre che sapeva che quel figlio irrequieto, curioso, forse un po’ ribelle, aveva bisogno di un futuro che parlasse la lingua delle radici, ma anche di un mondo più grande.

Cotarella ha molto insistito su questo concetto, e ritiene che quella imposizione di suo padre sia stata determinante per forgiare il suo carattere e per decidere la sua vita.

Il vino e la cultura: più di una semplice bevanda, leggere il libro è veramente ripercorrere la storia del vino in Italia e nel mondo.
Dalla scoperta del Merlot, alla fondazione dell’azienda Cotarella, dal rapporto con il conte Vaselli al Marchese Antinori, dall’insegnamento all’Università della Tuscia alla definizione di cosa fosse un Enologo, Cotarella ne è espressione e vita.

Tanto ci sarebbe da dire, ma credo che serva veramente leggere il libro.

https://www.carlozucchetti.it – 28/11/2025

Vino dealcolato da tutelare anceh con menzione geografica

Uno dei pionieri italiani rilancia il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico: «Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza»

«Il vino dealcolato va tutelato, anche attraverso l’introduzione in etichetta di una menzione geografica che garantisca trasparenza al consumatore».

A rilanciare il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico è l’altoatesino Martin Foradori Hofstätter, uno dei pionieri italiani nella produzione di vini dealcolati.

Al centro della sua riflessione, ieri in un incontro stampa a Roma, la necessità di una normativa chiara per distinguere i vini dealcolati dalle bevande a base di mosto arricchite con aromi o altri ingredienti.

«Per anni in Italia i vini dealcolati sono stati al centro di polemiche. Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza tra prodotti molto diversi tra loro», afferma Foradori Hofstätter.

Secondo il viticoltore altoatesino, il mercato del dealcolato si sta espandendo rapidamente anche in Italia. Il messaggio è un appello diretto alla politica: «Dietro a un vino dealcolato c’è tutto il saper fare del comparto vitivinicolo ed è proprio per questo che è necessario distinguere i vini dealcolati da altri prodotti senza alcol ai quali vengono aggiunti aromi e altri ingredienti».

E sulla ricorrente polemica riguardante l’utilizzo del termine vino per i prodotti dealcolati, il produttore altoatesino chiarisce: «Questa categoria nasce dal vino e non esiste alcun motivo valido – sostiene – per cui non lo si possa chiamare tale, naturalmente accompagnato dalla dicitura “dealcolato”. Inoltre, a tutela del consumatore finale – ed è un grande vantaggio – un vino dealcolato gode delle stesse garanzie previste per un vino tradizionale».

https://www.giornaletrentino.it – 26/11/2025

Vini Orange: il ritorno ancestrale che conquista gli appassionati

Negli ultimi anni il mondo del vino sta assistendo a una rinascita che affonda le radici nel passato. È il caso dei vini orange, bianchi vinificati con macerazioni prolungate sulle bucce che regalano al calice sfumature ambrate e un profilo aromatico intenso. Una tecnica antica, oggi diventata simbolo di artigianalità e identità.

Nati migliaia di anni fa in Georgia e rimasti per lungo tempo una produzione di nicchia, i vini orange hanno trovato nuovo slancio grazie al movimento dei vini naturali e all’interesse di consumatori più curiosi, disposti a sperimentare. Oggi la loro presenza cresce nelle carte dei ristoranti e nelle enoteche più attente, e non mancano produttori che scelgono di dedicare a questa categoria una parte significativa della loro produzione.

Una tecnica che porta il bianco nel territorio del rosso

A differenza dei bianchi tradizionali, i vini orange prevedono una macerazione delle uve bianche sulle bucce che può durare da qualche giorno fino a molti mesi. Questo processo consente di estrarre tannini, colore e profumi completamente nuovi per un bianco.

Il risultato è un vino dal carattere deciso, con note di tè nero, frutta secca, spezie, erbe officinali e una trama leggermente tannica. Una combinazione che conquista chi cerca autenticità e nuovi orizzonti sensoriali.

https://corrieredelvino.it – 26/11/2025