“Il vino, la mia vita” presentato il libro di Riccardo Cotarella

Un viaggio sensoriale tra storia, tecniche e segreti del vino

“Oltre al suolo, al clima, ai vitigni… sono le persone che fanno davvero la differenza”
La presentazione del libro di Riccardo Cotarella ad Orvieto “Il vino, la mia vita” venerdì 31 ottobre moderata da Bruno Vespa, con Massimo D’Alema, Brunello Cucinelli, Leonardo Lo Cascio, importante importatore di vino negli Stati Uniti (nonché proprietario della Winemarket), è stata una vera e propria lezione di vita.

Riccardo Cotarella presidente mondiale degli enologi, consulente di 120 aziende nel modo (dal Giappone, agli Stati Uniti, alla Palestina, al Canada, Sud Africa, Francia) è, come detto da D’Alema, “l’uomo che ha fatto il vino”.

A 14 anni il padre gli disse “o vai a Conegliano o vai a lavorare”. Era la visione di un padre che sapeva che quel figlio irrequieto, curioso, forse un po’ ribelle, aveva bisogno di un futuro che parlasse la lingua delle radici, ma anche di un mondo più grande.

Cotarella ha molto insistito su questo concetto, e ritiene che quella imposizione di suo padre sia stata determinante per forgiare il suo carattere e per decidere la sua vita.

Il vino e la cultura: più di una semplice bevanda, leggere il libro è veramente ripercorrere la storia del vino in Italia e nel mondo.
Dalla scoperta del Merlot, alla fondazione dell’azienda Cotarella, dal rapporto con il conte Vaselli al Marchese Antinori, dall’insegnamento all’Università della Tuscia alla definizione di cosa fosse un Enologo, Cotarella ne è espressione e vita.

Tanto ci sarebbe da dire, ma credo che serva veramente leggere il libro.

https://www.carlozucchetti.it – 28/11/2025

Vino dealcolato da tutelare anceh con menzione geografica

Uno dei pionieri italiani rilancia il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico: «Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza»

«Il vino dealcolato va tutelato, anche attraverso l’introduzione in etichetta di una menzione geografica che garantisca trasparenza al consumatore».

A rilanciare il dibattito sull’evoluzione di questo segmento produttivo in campo enologico è l’altoatesino Martin Foradori Hofstätter, uno dei pionieri italiani nella produzione di vini dealcolati.

Al centro della sua riflessione, ieri in un incontro stampa a Roma, la necessità di una normativa chiara per distinguere i vini dealcolati dalle bevande a base di mosto arricchite con aromi o altri ingredienti.

«Per anni in Italia i vini dealcolati sono stati al centro di polemiche. Ora che il decreto che consente la dealcolazione dei vini sarà presto realtà, ciò che manca è una regolamentazione puntuale che faccia chiarezza tra prodotti molto diversi tra loro», afferma Foradori Hofstätter.

Secondo il viticoltore altoatesino, il mercato del dealcolato si sta espandendo rapidamente anche in Italia. Il messaggio è un appello diretto alla politica: «Dietro a un vino dealcolato c’è tutto il saper fare del comparto vitivinicolo ed è proprio per questo che è necessario distinguere i vini dealcolati da altri prodotti senza alcol ai quali vengono aggiunti aromi e altri ingredienti».

E sulla ricorrente polemica riguardante l’utilizzo del termine vino per i prodotti dealcolati, il produttore altoatesino chiarisce: «Questa categoria nasce dal vino e non esiste alcun motivo valido – sostiene – per cui non lo si possa chiamare tale, naturalmente accompagnato dalla dicitura “dealcolato”. Inoltre, a tutela del consumatore finale – ed è un grande vantaggio – un vino dealcolato gode delle stesse garanzie previste per un vino tradizionale».

https://www.giornaletrentino.it – 26/11/2025

Vini Orange: il ritorno ancestrale che conquista gli appassionati

Negli ultimi anni il mondo del vino sta assistendo a una rinascita che affonda le radici nel passato. È il caso dei vini orange, bianchi vinificati con macerazioni prolungate sulle bucce che regalano al calice sfumature ambrate e un profilo aromatico intenso. Una tecnica antica, oggi diventata simbolo di artigianalità e identità.

Nati migliaia di anni fa in Georgia e rimasti per lungo tempo una produzione di nicchia, i vini orange hanno trovato nuovo slancio grazie al movimento dei vini naturali e all’interesse di consumatori più curiosi, disposti a sperimentare. Oggi la loro presenza cresce nelle carte dei ristoranti e nelle enoteche più attente, e non mancano produttori che scelgono di dedicare a questa categoria una parte significativa della loro produzione.

Una tecnica che porta il bianco nel territorio del rosso

A differenza dei bianchi tradizionali, i vini orange prevedono una macerazione delle uve bianche sulle bucce che può durare da qualche giorno fino a molti mesi. Questo processo consente di estrarre tannini, colore e profumi completamente nuovi per un bianco.

Il risultato è un vino dal carattere deciso, con note di tè nero, frutta secca, spezie, erbe officinali e una trama leggermente tannica. Una combinazione che conquista chi cerca autenticità e nuovi orizzonti sensoriali.

https://corrieredelvino.it – 26/11/2025

Etichette alcolici, Confagricoltura: Bene la decisione dell’Irlanda, il vino merita approccio diverso

ROMA – E’ un’ottima notizia la decisione del governo irlandese di rivedere la normativa nazionale sull’etichettatura delle bevande alcoliche d’intesa con i Paesi partner europei.
Confagricoltura afferma che si tratta di un passo importante verso un approccio più equilibrato e proporzionato alla regolamentazione del consumo di bevande alcoliche.

Palazzo della Valle ritiene infatti che la politica sulla salute debba essere definita in modo armonizzato a livello europeo, evitando iniziative unilaterali che rischiano di creare disallineamenti normativi e difficoltà operative per le imprese del settore. Solo una strategia comune può garantire regole chiare, coerenti e realmente efficaci per cittadini e operatori.

La mancanza di distinzione tra consumo moderato e abuso di alcol è un approccio fortemente distorsivo alla materia. L’auspicio, quindi, è che questo principio possa essere riconosciuto anche ai tavoli internazionali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), affermando con forza che è l’abuso a dover essere contrastato, non il consumo consapevole e moderato di vino, parte integrante della nostra cultura e della nostra tradizione agroalimentare.

Confagricoltura invita a vigilare affinché vi sia piena coerenza tra la dichiarazione di New York e le prossime discussioni in sede OMS ed europea: il lavoro avviato è solo alle prime fasi e necessita di essere ulteriormente consolidato.

https://www.agricultura.it/2025/11/17

In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino che tutela vini d’altura e vigneti ad alberello

In Sardegna c’è un nuovo Consorzio del vino : quello della Doc Mandrolisai che raggruppa già 18 produttori. Si tratta di uno dei numerosi consorzi del settore vitivinicolo che in Italia si sono costituiti recentemente, anche se sulla carta il nuovo ente è datato 2024. Atzara, Desulo, Meana Sardo, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Tonara sono i comuni che ospitano gli antichi vigneti ad alberello della Doc, l’unica che tra quelle isolane ha scelto di chiamarsi col nome dell’areale di produzione anziché con quello del vitigno.

Il neo consorzio ha scelto di investire su immagine e comunicazione, nominando Francesco Saverio Russo come ambasciatore della denominazione. Al divulgatore ed enonauta, è affidato il compito di illustrare e promuovere il territorio situato al centro della Sardegna, . L’iniziativa si inserisce in un progetto di promozione che si legherà a numerose attività nazionali (a partire dall’imminente Merano wine festival) e internazionali.

«Il nostro territorio – sottolinea il presidente del Consorzio vini Mandrolisai, Massimiliano Mura – ha una ricchezza ancora oggi testimoniata non solo dalla tipologia delle coltivazioni e dall’età delle vigne, ma anche dalla diversità delle uve autoctone tipiche della zona come muristellu, cannonau e monica. Abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento di far conoscere meglio la nostra storia, anche grazie all’arrivo di un testimonial di eccezione».

Tra gli asset della Doc ci sono anche elementi paesaggistici. Il Mandrolisai, i cui vigneti sono caratterizzati spesso da viti ad alberello, soprattutto cannonau, è inserito nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici, curato dal Masaf, che ha riconosciuto il valore di un’agricoltura policolturale, imperniata sulla coltivazione di vigneti, cereali, orti e frutteti e multifunzionali pascoli arborati quercini che integrano le produzioni foraggere e alimentano le locali filiere della legna e del sughero.

Un territorio in cui le uve crescono e maturano in alta collina, con buone esposizioni e forti escursioni termiche. I vitigni (a bacca nera) ammessi dal disciplinare sono tre muristellu (bovale sardo), cannonau e monica. E i relativi vini (rossi e rosati) si stanno facendo notare negli ultimi anni. Alcuni dei quali sono presenti nel prezioso elenco e nella selezione dei vini rari, a cui la Guida vini d’Italia del Gambero Rosso ha deciso di dedicare un’apposita sezione già dall’edizione 2025. Con cantine che già hanno ricevuto diversi importanti riconoscimenti, da Fradiles a Bentu Luna.

https://www.gamberorosso.iT – 05/11/2025

La Doc Garda si gioca tutte le carte: via libera al vino low alcol e alla versione cremant

L’idea del vino in lattina è stata messa da parte ma per la Doc Garda quella del vino a bassa gradazione è realtà. Il settimanale Tre bicchieri del Gambero Rosso ne aveva parlato a febbraio 2025 e ora, per il Consorzio di tutela presieduto da Paolo Fiorini, è arrivata l’ufficialità, con la pubblicazione del decreto ministeriale del 24 settembre 2025, che contiene il nuovo disciplinare di produzione, sulla Gazzetta ufficiale (Serie generale n. 234 dell’8 ottobre 2025). E che fa della denominazione interregionale (che insiste sui territori delle province di Mantova e Brescia per la Lombardia e Verona per il Veneto) la prima italiana dedicata a un vino fermo con bassa gradazione alcolica.

Tutto ruota attorno all’uva garganega, principale varietà autoctona a bacca bianca di questa Doc (che accomuna 250 imprese vitivinicole) che entra sia nei bianchi fermi sia negli spumanti e nei bivarietali (in coppia con chardonnay o con pinot grigio). La sperimentazione di tipo agronomico ha consentito di passare da un vino con un titolo alcolometrico minimo a 10,5% vol a un vino con titolo alcolometrico di 9% vol. Da sottolineare che già dalla vendemmia 2025 i produttori potranno commercializzare il vino nella versione low alcol.

«Un passaggio strategico per la Doc e i produttori che ne fanno parte», è il commento del presidente Fiorini sul nuovo disciplinare. L’obiettivo è «ampliare le potenzialità produttive e commerciali, così come rispondere alle nuove esigenze del mercato e dei consumatori, oggi sempre più attenti a vini identitari, versatili e contemporanei».

Le regole produttive della Doc Garda introducono, per la categoria spumante, il termine “cremant“, Leggi il resto di questo articolo »

Il vino è morto? Riflessioni dal nuovo mondo

Sono appena tornato dalla New York Wine Experience, che è un buon punto per sentire quel che agita le acque. Lì ci sono i proprietari e gli amministratori delle duecento aziende selezionate da Wine Spectator, importatori da ogni Paese, operatori della ristorazione e del commercio di altissimo livello, tanti appassionati paganti (molto) e tutti hanno voglia di parlare. Si vive, si tratta, si mangia e soprattutto si beve insieme per due giorni, e le novità arrivano dalle vive voci dei protagonisti. Non per sentito dire.

La più curiosa (almeno per me) è che molti importatori e distributori di vino considerano le bevande a base di marijuana un rischio in crescita: sono legali in molti Stati USA, hanno un blando effetto euforizzante non così dissimile da quello di vino e birra, zero calorie e niente anatema dell’OMS. Potrebbero addirittura aromatizzarle e colorarle chimicamente per somigliare al vino, con packaging e nomi simili. Anche se non ho mai usato marijuana, capisco il rischio.

Poi c’è il problema dello smart working: ormai molti in USA il venerdì lavorano da casa, e quello era il giorno d’oro dei ristoranti cittadini. L’atmosfera rilassata di fine impegno favoriva i consumi, e il vino scorreva a fiumi. Ora meno, molto meno, perché il venerdì la gente resta a casa e molti locali denunciano cali importanti. Voi direte che non ci riguarda, che quello che non consumano al ristorante sarà bevuto tra le mura domestiche, ma non è così: a casa manca la socialità conviviale, quella che fa alzare un buon bicchiere di rosso tra amici. Semmai si beve birra guardando la partita in tv.

In USA, come in Europa, i giovani non amano il vino e questa non è una novità. Casomai è da notare che da tempo qui le ragazze bevono alcolici quanto i maschi e pure di più, Leggi il resto di questo articolo »

Il Recioto, vino storico della Valpolicella DOCG diventa Presidio Slow Food

Vino storico della Valpolicella – la cui produzione ha ceduto il passo a quelle di Amarone, Valpolicella e Ripasso, ed è diventata residuale nei numeri – il Recioto, da oggi, oltre che essere tutelato dalla Docg, è anche un nuovo Presidio Slow Food del Veneto. “Il Recioto è il vino simbolo della Valpolicella, “padre” di quell’Amarone, chiamato inizialmente Recioto Amaro, che ha reso questa regione vitivinicola celebre nel mondo.

La sua storia è millenaria, proprio come lo è l’appassimento, tecnica antichissima utilizzata nelle terre veronesi per conservare la frutta nei lunghi mesi invernali”, spiega Slow Food. Che ricorda come “il primo a citare il vino acinaticum, ottenuto dalla spremitura di queste uve disidratate, è Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. Successivamente Cassiodoro, storico e letterato del IV secolo d.C. al servizio di Teodorico, descrive questo succo denso e così ricco di zuccheri che i lieviti faticano a trasformare del tutto in alcol, come “mosto invernale, freddo sangue delle uve”. Il nome deriva da rècie (orecchie, nel dialetto locale), ovvero le ali dei grappoli attraverso i quali l’uva era appesa ai tralicci per il laborioso processo di appassimento. Il Recioto si ottiene da grappoli accuratamente selezionati di vitigni locali: Corvina, Corvinone e Rondinella, ma anche, sebbene in misura minore, da altre varietà autoctone a bacca rossa come Molinara, Oseleta, Pelara, Dindarella, Spigamonti e Turchetta”, spiega ancora la Chiocciola.

“Abbiamo deciso di avviare un Presidio sul Recioto – spiega Roberto Covallero, presidente Slow Food Veneto Leggi il resto di questo articolo »

Mazara del Vallo, Giubileo produttori vini da messa

Martedì 11 novembre, ore 18, nella parrocchia Cristo Re di Mazara del Vallo, il Vescovo monsignor Angelo Giurdanella presiederà la celebrazione eucaristica giubilare per i produttori dei vini della santa messa. Concelebra don Daniele Donato, nuovo delegato vescovile per il vino della santa messa.

https://www.diocesimazara.eu – 14/10/2025

Perché a breve berrai vino bianco spagnolo

Per decenni il vino spagnolo è stato raccontato con i toni caldi e profondi del rosso, simbolo di tradizione e di potenza tannica. Ma oggi il racconto si tinge di nuove sfumature: il bianco iberico avanza, conquista spazi, e inizia a farsi riconoscere come espressione autentica dei territori che lo generano. Albariño, Godello, Verdejo, Viura e varietà meno conosciute come Treixadura o Garnacha Blanca costruiscono un mosaico di vini freschi, minerali, austeri o complessi, capaci di parlare una lingua diversa, internazionale eppure radicata nella loro origine.

In Rioja, culla storica del Tempranillo, il dato è eloquente: nel 2021 i bianchi erano quasi il dieci per cento della produzione totale, il doppio rispetto a meno di dieci anni prima. Le superfici a varietà bianche sono cresciute del cinquanta per cento e la narrazione stessa della denominazione sembra volgere lo sguardo a un futuro più luminoso, come spiega Mercedes García Rupérez di Bodegas Montecillo: «Il futuro della Rioja è sempre più legato a bianchi e rosati».

Ma è la Galizia, affacciata sull’Atlantico, a vivere il vero fermento. L’Albariño della Rías Baixas ha ormai conquistato il mondo e viene vinificato in interpretazioni sempre più strutturate, con salinità e tensione che lo avvicinano persino a uno Chablis. Accanto a lui, il Godello si affaccia come vitigno di rara versatilità e capacità di invecchiamento. Non a caso, colossi come Vega Sicilia e CVNE hanno deciso di investire milioni nella regione, consapevoli del suo potenziale.

Il cambiamento non riguarda soltanto l’export. Anche i consumi interni raccontano la trasformazione: nel 2024, in Spagna, i bianchi hanno guadagnato l’1,7 per cento, mentre i rossi hanno perso il 2,7 per cento. Numeri piccoli, ma emblematici: lo stile fresco, l’alcol più misurato, la bevibilità immediata e la capacità di dialogare con cucine moderne e leggere incontrano il gusto delle nuove generazioni. Una Spagna che beve diversamente e che si riconosce sempre più anche nel bianco.

E proprio in questo contesto si collocano alcune etichette emblematiche. Leggi il resto di questo articolo »